Cazzate

Mosè – seconda parte.

Mosè va a liberare gli ebrei.

Mosè, sceso dal monte, incontrò lungo la strada i suoi familiari. Ad essi mostrò alcuni gadget che Dio gli aveva donato (come il mantello dell’invisibilità e l’ultimo iPhone). Il mattino dopo si recò dal sovrano, proclamando il volere del Signore. Il faraone per tutta risposta ordinò di aumentare le ore di lavoro del popolo ebraico. E i sindacati zitti. Il popolo ebraico per tutta risposta bastonò Mosè per due settimane di fila senza fermarsi nemmeno per andare in bagno. Egli rimaneva comunque l’eletto.

Mosè, dolorante per le bastonate, si presentò a Dio che s’arrabbiò moltissimo:

Come, non hai convinto il faraone???

E lo sfondò di mazzate per una buona mezz’ora.

Così, senza darsi per vinto, tornò il giorno dopo dal tiranno, intimandogli di lasciar partire il suo popolo se non volevano scatenare l’ira del Signore. Per legittimare le proprie parole, tentò di stupire il faraone con dei trucchi che gli aveva insegnato Dio. Così prese il Rolex d’oro del faraone e lo fece sparire. Il faraone fu talmente sorpreso che già stava per convocare i sindacati per trattare. Tuttavia quando si accorse che Mosè non era in grado di far ricomparire l’orologio per tutta risposta triplicò le ore di lavoro degli ebrei. Ciò non era fisicamente possibile dato che la giornata era composta da sole 24 ore, per questo decise che il giorno sarebbe durato 30 ore. Gli ebrei per tutta risposta triplicarono le bastonate sulla testa di Mosè.

Egli era l’eletto.

Pieno di acciacchi e di lividi, Mosè andò a riferire il tutto a Dio che disse:

Come, ancora non hai convinto il faraone???

E lo sfondò ancora di mazzate per una buona mezz’ora.

Mosè capì ben presto di trovarsi tra due fuochi e che la situazione andava risolta quanto prima per il bene degli ebrei. Ed anche il suo.

 

Le piaghe d’Egitto.

All’inizio Mosè cercò di manifestare il proprio dissenso con atti di coraggiosa denuncia:

  • spedì un bossolo in una busta al Ministero dell’Interno egizio
  • fece girare un’e-mail di protesta chiedendo di rispedirla 10 volte
  • attaccò una gomma da masticare al campanello del palazzo reale
  • sfasciò le vetrine del centro storico de Il Cairo

ma ottenne solo un trafiletto sul Manifesto e un pestaggio da parte della polizia.

La mattina dopo si recò dal faraone con le stampelle, mentre questi stava pescando totani presso il fiume Nilo. Di fronte a un ennesimo rifiuto del sovrano, Mosè cominciò ad inveire come i vecchi sugli autobus e gridò:

Ora basta, ti manderò le piaghe!“.

E detto questo colpì con il proprio bastone le acque del fiume, che si mutarono in sangue. I pesci morirono, e quelli che non morirono subito si suicidarono. L’acqua puzzava peggio delle ascelle di Giuliano Ferrara e aveva lo stesso sapore (non chiedetemi come lo so).

Ma il faraone rispose:

Cosa credi di aver fatto? Io ho le mie scorte di Ferrarelle e invece del pesce mangerò i Sofficini. Il tuo popolo invece dove andrà ad attingere l’acqua per bere?“.

A questo Mosè non ci aveva pensato. Ma ci pensò immediatamente appena gli ebrei lo sfiancarono di mazzate ancora una volta.

Se sei venuto per affossarci nel letame ancora di più potevi startene a casa tua!” gli dissero mentre lo prendevano a roncolate sulle gengive.

In effetti, da quando Mosè era arrivato per liberare gli ebrei, aveva combinato solo casini, ma il patriarca non si diede per vinto.

Dopotutto egli era l’eletto.

La seconda piaga fu quella delle rane. Il giorno dopo Mosè, che ormai era guardato con diffidenza dal suo popolo, colpì con il proprio bastone i fiumi, i canali e gli stagni d’Egitto e da essi cominciarono a uscire un numero immenso di rane che si riversarono sulla villa abusiva del faraone. Ma il faraone andava matto per le rane e con tutti quegli anfibi preparò un bel banchetto. Dopo averne mangiate a sazietà andò a ringraziare Mosè chiedendogli se poteva mandargli anche la piaga delle impepata di cozze e della parmigiana di melanzane.

La terza piaga fu quella delle zanzare. Mosè percosse la polvere ed essa si mutò in zanzare che infestarono tutto il paese d’Egitto. Ma il faraone stava pieno di Autan ed aveva le zanzariere su tutte le finestre del palazzo. Gli ebrei invece erano poveri in canna (cioè al massimo si potevano permettere un cannone ogni tanto) e subirono la piaga delle zanzare al posto del faraone.

La quarta piaga fu quella dei mosconi. Indovinate chi aveva il Baygon? E indovinate chi non ce l’aveva?

Di fronte a quest’ennesimo fallimento, Mosè mandò una pestilenza che decimò i cavalli, gli asini, i cammelli, gli armenti, i criceti, i piccioni, i pidocchi, gli orsi polari, i pinguini, le foche e le balene. Nel raggio di 300 chilometri non rimase più neanche un gatto randagio.

Mentre il WWF metteva una taglia sulla sua testa, Mosè tornò dal faraone, distese il bastone verso il cielo, intonò un brano di Toto Cutugno e dal cielo scesero tuoni e grandine. Una grandinata così violenta non si aveva dai tempi in cui l’Ulivo vinse le elezioni, e perfino i colonnelli egizi delle previsioni del tempo furono colti di sorpresa. Piovve così tanto che le piramidi diventarono degli scogli e il faraone, dalla sera alla mattina, si trovò ad avere il balcone vista mare. Mosè era convinto che nessuno avrebbe potuto trarre giovamento da un temporale simile a parte un agricoltore, e così si recò dal faraone convinto della sua resa, ma lo trovò steso su un materassino che galleggiava nella sua piscina, che fino a due giorni fa era la stanza degli ospiti.

La sesta piaga fu sul sacro e sul coccige, come diagnosticatogli dal medico di corte.

Come settima piaga fece trovare nel letto del faraone la testa del suo cavallo da biga preferito.

Come ottava piaga indisse uno sciopero generale degli schiavi a cui aderirono CIGS, CISS e UIS picchettando l’unico cesso pubblico del cantiere Piramid III. I capicantiere egizi, non riuscendo più a trattenerla, si recarono direttamente al palazzo del faraone per orinare ovunque trovassero un recipiente adatto.

La nona piaga fu quella di Bruno Vespa. Il conduttore venne mandato a casa del faraone per posta prioritaria e vi restò dieci lunghissimi giorni.

La decima e ultima piaga, la più terribile, fu la morte di ogni figlio primogenito. Dopo quest’ultimo castigo Mosè approfittò della distrazione del Faraone e preso il suo popolo fuggì dall’Egitto. Il Faraone infatti era impegnato in un’accesa discussione con la moglie e, particolarmente provato da queste ultime piaghe, lasciò libero Mosè di partire col suo popolo e la sua famiglia. E Bruno Vespa.

 

L’Esodo.

Il 2 agosto del Millemila a.C. cominciò l’Esodo. Mosè era fornito di tutto: pinne, costume da bagno, occhiali da sole, crema abbronzante, asciugamano e lanciafiamme.

Il Signore però ordinò a Mosè di non prendere la strada più breve, la A4 Giza – Tel Aviv, perché in quel periodo era sempre piena di code e rallentamenti. Obbligò quindi Mosè a schiattare di sete e di caldo prendendo la via del deserto, verso il Mar Rosso.

Egli era l’eletto.

Per guidarli sulla giusta via, il Signore si manifestava di giorno come una colonnina dell’SOS e di notte come un semaforo giallo lampeggiante, per illuminare loro il passaggio.

 

Il passaggio del Mar Rosso.

All’altezza di Borgo Panigale, Mosè fu però costretto ad un rallentamento: comparve dal nulla una manifestazione del presidente dei sindacati degli schiavi (corrotto dal faraone) che, al grido di NO MO.S.E.! NO MO.S.E.!, sbarrò loro la strada. Mosè, da vero leader, aveva sempre un piano di riserva: fuggire con un treno che parte alle 7.40 verso il monte Snai. Si misero così in marcia per raggiungere la stazione ferroviaria, ma ecco di nuovo il tirapiedi del faraone sbarrargli la strada al grido di NO TAV! NO TAV!

Per gli ebrei era la fine, l’esercito del Faraone si stava per avvicinare e sapevano che se fossero stati catturati avrebbero subito una punizione esemplare: rinchiusi in un Call Center sul deserto e condannati per 12 ore al giorno a proporre abbonamenti ADSL. L’unica via lasciata libera era quella a sud, dove si apriva il Mar Rosso.

Il Mar Rosso si chiamava così perché le egiziane avevano il vizio di farsi il bagno anche quando non potevano.

Spaventati, gli ebrei corsero da Mosè e chiesero cosa dovessero fare. E allora Mosè si ricordò di avere in tasca uno dei tanti gadget donatigli dal Signore, ovvero il Manuale di trucchi e magie del perfetto Santo, un libro che indicava formule per ogni tipo di miracolo, dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci alla ricrescita dei capelli. Mosè stese il bastone sul mare per tentare un trucco che neanche Silvan sarebbe stato capace di fare: dividere le acque.

Ma le acque non si divisero e Mosè pensò: “Strano! Ad Harry Potter riesce sempre!“.

Mosè allora alzò gli occhi al cielo per chiedere aiuto a Dio, che dall’alto dei cieli rispose: “Usa la Forza, Mosè!“.

Dopo ventisei tentativi Mosè affittò dei pedalò.

Stipati oscenamente sui pedalò, gli ebrei vennero scambiati per immigrati clandestini e spediti al centro di accoglienza di Lampedusa, dove rimasero per due settimane. Poi rilasciati dalle autorità locali, ripresero il viaggio nel deserto guidati sempre dal povero Mosè.

Senza acqua, senza cibo, senza riviste porno e senza un Autogrill, la sopravvivenza nel deserto fu difficilissima ma il versetto 12 del Levitico ci dice che il 20° giorno di migrazione Dio fece scendere dal cielo la manna. E poco dopo un frigorifero pieno di coche ghiacciate.

 

Continua…

Non è bello ciò che è bello ma che bello che bello che bello!

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