Curiosità

Bluetooth.

Da diversi anni, la tecnologia Bluetooth fa parte del nostro quotidiano in vari dispositivi che abbiamo a casa.

Tra smartphone, tablet, computer, cuffie, altoparlanti musicali e altro ancora c’è solo che l’imbarazzo della scelta.

Ma pochi sanno cosa ci sia dietro tale nome.

 

Breve storia.

Nel 1994, Ericsson sviluppò l’idea di un nuovo standard per la trasmissione di dati senza fili a corto raggio, in modo da potere mettere in comunicazione dispositivi tra di loro senza particolari ostacoli dovuti alle differenti marche.

Due anni dopo, nel 1996, un drappello di grosse aziende tecnologiche (Intel, IBM, Ericsson, Toshiba e Nokia a cui poi si aggiunsero in seguito anche 3com, Microsoft e Motorola) si impegnò per la costruzione di tale standard.

Il lavoro non fu facile e vide la collaborazione di diversi tecnici di tutte le aziende, fino a quando nel 1999 non venne creato un gruppo – il Bluetooth Special Interest Group (SIG) – contenente tutte le aziende coinvolte sia all’inizio del progetto che aggiuntesi in seguito e che è il responsabile della specifica alla quale tutti devono attenersi.

Il resto è storia, con lo standard diffusosi sempre di più di anno in anno ottenendo un ottimo successo.

 

Ma come mai il nome Bluetooth?

Una sera, nell’estate del 1997 a Toronto in Canada, l’ingegnere di Intel Jim Kardach uscì per bere qualcosa insieme a Sven Mattisson, un suo collega impiegato di Ericsson. Durante la serata, Kardach e Mattisson chiacchierarono a lungo e a un certo punto si misero a parlare anche di storia. Mattisson aveva appena finito di leggere “Le navi dei Vichinghi” (“The Long Ships”) di Frans G. Bengtsson, un libro che parlava dei viaggi dei guerrieri danesi durante il regno di Aroldo I di Danimarca.

Ispirato dalla conversazione sulla storia della Danimarca con Mattisson, Kardach in seguito lesse un libro sul tema imparando altre cose, sopratutto su Aroldo.

 

Chi era costui?

Aroldo I di Danimarca, vero nome Harald Gormsson (911 – 986), è tra i personaggi più popolari della storia danese.

Regnò tra il 940 e il 986 in Danimarca e Norvegia, riuscendo durante il suo regno a unificare sia i due paesi che buona parte della Scandinavia. Portò inoltre avanti la conversione verso il cristianesimo del popolo danese, ritenuta necessaria per poter saldare poi l’unità politica.

Come tutte le popolazioni nordiche del Medioevo, anche Harald aveva un soprannome, che era Blåtand, ovvero “Dente Blu” (Bluetooth in inglese), dal fatto che amava tingersi i denti di quel colore.

 

Ma cosa c’entra il soprannome di un sovrano con una tecnologia?

Ritornando alla lettura del libro sulla storia della Danimarca fatta da Kardach, egli spiegò l’illuminazione che ebbe da quella lettura: “Aroldo I aveva unito la Danimarca e aveva cristianizzato i danesi! Mi resi quindi conto che il suo soprannome sarebbe stato ideale per dare un nome al progetto cui stavo lavorando“.

Infatti, come Aroldo I aveva unificato diverse popolazioni, così la tecnologia Bluetooth ha unificato sotto un unico standard tecnologie diverse (e divise) tra di loro.

Kardach quindi illustrò la sua idea di chiamare il sistema “Bluetooth” a una riunione con alcuni responsabili del marketing, ma in quell’occasione si decise di tenere il nome solo provvisoriamente in attesa di qualcosa di meglio.

Quando il sistema era quasi del tutto pronto, i partecipanti al progetto scelsero la proposta portata avanti da IBM di chiamarlo PAN (Personal Area Networking). Ma il nome era troppo generico e rischiava di causare problemi legati ai marchi di fabbrica di altri prodotti già esistenti. Alla fine fu mantenuto Bluetooth ma sempre con l’idea di cambiarlo il prima possibile, cosa che poi non avvenne perché il nome riscosse in poco tempo un grande successo.

Per fortuna direi.

 

E il logo?

Il logo stesso del Bluetooth fa riferimento ad Aroldo.

Le sue iniziali (HB – Harald Blåtand) sono rappresentate dalle antiche rune ᚼ (Hagall) e ᛒ (Berkanan).

Perciò è bastato prendere Hagall

ed unirla a Berkanan

per ottenere questo:

 

E il colore blu dello sfondo?

E che lo dico a fare?

Non è bello ciò che è bello ma che bello che bello che bello!

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